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TESTAMENTO: QUANDO LEDE I DIRITTI DEGLI EREDI LEGITTIMARI E PUÒ ESSERE IMPUGNATO?

Nella successione testamentaria non possono essere violate le quote riservate agli eredi legittimari, né il  testatore può  eccedere per liberalità la quota disponibile a lui  riservata per legge

Il testatore nel  redigere l’atto di sua ultima volontà deve tenere conto sia della composizione dell’asse ereditario e, dunque, delle quote spettanti per legge ai legittimari  (coniuge,  figli, genitori e altri ascendenti), sia di  quanto compiuto a titolo di liberalità in vita a favore di questi, per esempio  attraverso donazioni indirette,  potendo disporre solo di una quota del suo patrimonio liberamente, spiega l’Avvocato Gianluca Sposato, Ceo di Legale24h, specializzato in diritto successorio ed ereditario a Roma.

Quota di riserva, quota disponibile ed azione di riduzione

Ai legittimari spetta una quota di riserva di cui abbiamo  parlato  in un precedente articolo esaminando  l’ipotesi in  cui la successione all’eredità si  apra senza che sia stato  redatto un testamento.

Nel caso in cui si dia luogo, invece,  alla successione testamentaria saranno  molteplici  gli  elementi  da analizzare,  a cominciare dalla capacità  di intendere e volere del testatore al momento  della redazione del  testamento, alla validità del testamento, che produce effetto dal momento  della sua pubblicazione e, non da ultimo, alla lesione della quota di  riserva destinata  per legge ai suoi  familiari e parenti, o  alla pubblicazione di un testamento falso.

Infatti l’art. 554 del codice civile dispone che le disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il defunto poteva disporre sono soggette a riduzione nei limiti della quota medesima, attraverso l’esperimento dell’azione di riduzione dinanzi il Tribunale competente, ove sia fallito il tentativo di ricomporre la controversia ereditaria con una transazione ereditaria con bilanciamento delle quote spettanti a ciascun erede.

Quali sono le quote di cui il testatore può liberamente disporre nel testamento?

La quota disponibile varia a seconda del numero dei legittimari ma, in ogni caso, non può mai essere inferiore ad ¼ del patrimonio del testatore: questo significa che il testatore sarà sempre libero di disporre di ¼ del suo patrimonio come vuole, destinandolo anche a soggetti diversi dai propri familiari e parenti, o privilegiando uno di loro rispetto ad altri.

Ovviamente se non ci sono eredi legittimari, dunque il coniuge, i figli, i genitori o i nonni, il testatore può disporre liberamente dell’intera quota del proprio patrimonio.

Quale è la quota disponibile se il testatore è sposato o ha dei figli?

Se il testatore è sposato bisogna distinguere a seconda che ci siano figli, o meno.

Se non ci sono figli, ma solo il coniuge la sua quota disponibile è di ½, dunque l’altro ½ rappresenta la quota di riserva del coniuge.

Se oltre al coniuge ci sono anche dei figli la quota disponibile è di 1/3 se il figlio è uno solo  e di  ¼ se i figli sono più di  uno,  tenuto  conto  che il  coniuge avrà,  comunque, diritto  nel  primo caso  ad 1/3 e nel  secondo  caso  ad ¼ dell’asse ereditario,  oltre all’uso della casa coniugale e del suo mobilio.

Se il testatore alla sua morte lascia solo figli la quota disponibile sarà di ½ se ha un  solo  figlio  e di  1/3 se lascia più di un figlio, essendo riservata a loro  la restante quota nell’una e nell’altra ipotesi.

Qual è la quota disponibile se il testatore non è sposato e non ha figli?

Se il testatore, invece, non è sposato e non ha figli  ma, nell’asse ereditario sono presenti ascendenti e, dunque, genitori o nonni, che possono  agire anche per rappresentazione, la quota loro  destinata a titolo  di  riserva è  di  1/3 e dunque la disponibile del testatore è di  2/3. Non è prevista invece alcuna quota di riserva per i fratelli.

SCHEMA QUOTA DI RISERVA E QUOTA DISPONIBILE SUCCESSIONE TESTAMENTARIA

  • Se il testatore lascia solo il coniuge la quota disponibile è ½ (quota riserva coniuge 1/2)
  • Se lascia coniuge e un figlio la quota disponibile è 1/3 (quota riserva coniuge 1/3, figlio 1/3)
  • Se lascia coniuge e più di un figlio quota disponibile 1/4 (quota riserva coniuge ¼, figli ½)
  • Se lascia solo un figlio la quota disponibile è ½ (quota riserva figlio ½)
  • Se lascia più di un figlio la quota disponibile è 1/3 (quota riserva figli 2/3)
  • Se lascia coniuge e ascendenti disponibile ¼ (quota riserva coniuge ½, ascendenti 1/4)
  • Se lascia solo ascendenti disponibile 2/3 (quota riserva ascendenti 1/3)

Per prenotare un appuntamento e sottoporre la vostra questione ereditaria potete contattare l’Avvocato Gianluca Sposato, esperto in materia testamentaria e diritto ereditario a Roma, al link di seguito Legale24h

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Preliminare di compravendita

Il contratto preliminare di compravendita immobiliare è il contratto con il quale la parte promittente venditrice, proprietaria dell’immobile, si obbliga a vendere alla parte promittente acquirente, la proprietà dell’immobile oggetto  della compravendita al prezzo e secondo le modalità e i termini stabiliti nel contratto medesimo.  Il contratto  è nullo, come sancito  dall’art. 1351 del  cod. civ. se non è fatto  nella stessa forma del  contratto  definitivo e,  dunque in  forma scritta,   trasferendosi la proprietà solo in  una fase  successiva, con la stipula del rogito di  compravendita.  Di qui l’importanza di  rivolgersi  ad un Notaio sempre con l’assistenza di  un  avvocato,  considerate le diverse funzioni e l’opportunità di  trascrivere il preliminare di acquisto nei Pubblici Registri Immobiliari al fine di  evitare gli  effetti di eventuali pignoramenti successivi che precedano la stipula del  contratto  definitivo  di  compravendita.

Prima di stipulare il compromesso, è indispensabile verificare che il venditore sia l’effettivo proprietario dell’immobile, che questo sia in regola dal punto di vista edilizio e che abbia impianti conformi alle norme di sicurezza e agli eventuali vincoli urbanistici, culturali, ambientali e paesaggistici.

Noi  di  Sposatolaw raccomandiamo  sempre agli  acquirenti  che si  rivolgono  al nostro  studio legale per la stipula di un contratto preliminare di  compravendita e per l’assistenza legale in  sede di  rogito notarile  anche di consultare il regolamento condominiale onde evitare spiacevoli sorprese, come,  divieti di  destinazione delle unità abitative all’esercizio  di  determinate attività, o  spese da sostenere per lavori condominiali già approvati.

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Danno da morte e risarcimento agli eredi

Danno da perdita del rapporto parentale: la prova della sofferenza per l’uccisione del proprio familiare viola principi costituzionalmente garantiti? La guerra intestina su quantificazione e prova del danno da morte e la questione di  legittimità  costituzionale sollevata relativamente alla sentenza 11200/19 della Cassazione. 

Potrebbe sembrare assurdo per i non addetti ai lavori, ma è così: se un proprio congiunto viene ucciso in un incidente stradale i familiari della vittima devono documentare la loro sofferenza per la perdita del rapporto parentale per avere diritto al risarcimento del danno per l’uccisione del proprio caro; altrimenti possono anche non avere diritto ad alcun risarcimento. 

Facciamo un esempio per essere più chiari: se il fratello di una persona uccisa mentre attraversava sulle strisce pedonali da un automobilista ubriaco chiede sic et simpliciter il risarcimento del danno per la perdita del rapporto parentale, potrebbe non avere diritto a vedersi riconoscere alcun risarcimento, o ad ottenere un indennizzo in misura ridotta rispetto minimi e massimi che fanno riferimento all’intensità  del rapporto  con la vittima e alla dimostrazione del dolore per la perdita subìta. Occorre precisare che, seppur ancora non se ne è parlato, con  riferimento alla prova relativa alla sofferenza per il  danno  conseguente la perdita del rapporto parentale è  stata sollevata una questione di  legittimità  costituzionale in un  giudizio  di  rinvio  (dopo due passaggi in Cassazione) inerente la sentenza 11200/19 per violazione degli  articoli 2, 3 e 32 della Costituzione della Repubblica italiana con  riferimento  agli articoli 2043 e 2059  del  codice civile,  nella parte in  cui la sentenza di cui  sopra afferma che: “ la mera relazione di  consanguineità non è da sola sufficiente ad integrare il danno  risarcibile,  gravando  sui  congiunti l’onere di provare in  concreto  l’esistenza di  rapporti  costanti  e di  reciproco  affetto  e solidarietà con il familiare defunto”. 

Il giudizio è ancora in corso, in fase decisionale, e non sappiamo se gli atti verranno trasmessi alla Consulta, o meno, per dirimere tanti dubbi e rispondere ai quesiti sollevati da chi scrive. Questa e altre sentenze di legittimità, a seguito dell’involuzione giurisprudenziale che ha elaborato la teoria del danno conseguenza a discapito del danno evento affermano che: “la liquidazione del danno non patrimoniale subìto dai congiunti  in  conseguenza dell’uccisione del  familiare non integra un danno in re ipsa ma deve essere provato in  concreto  dal  danneggiato”. Tuttavia, come ben noto alla medicina legale, che sul punto si è autorevolmente espressa con i suoi maggiori studiosi e rappresentanti, non può non evidenziarsi che il sentimento, il dolore, è qualcosa di interiore che può facilmente desumersi nel caso di perdita del rapporto parentale per fatto illecito, esprimendo perplessità su modalità standard assunte quali relativi mezzi  di prova. Autorevoli giuristi e studiosi del danno sostengono, poi, che l’onere della prova dovrebbe, semmai, incombere su chi intenda dimostrare un fatto che si discosti dal sentire umano e sociale, ovvero che si qualifichi come situazione eccezionale, come il non provare dolore, o provare un sentimento di sollievo, se non addirittura di  gioia e felicità,  per l’uccisione di un  proprio familiare.

Illogicità, incoerenza e arbitrarietà delle motivazioni per cui la sofferenza per l’uccisione di un familiare non è “in re ipsa”.

La giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale individua quali criteri  che valgono come indici dell’eccesso di potere legislativo quello dell’assoluta illogicità, incoerenza od arbitrarietà delle motivazioni della legge, o dell’atto ad esso equiparato e quello della irragionevolezza delle statuizioni legislative rispetto alla realizzazione concreta del  fine. 

A prescindere dal valore e dal contenuto delle presunzioni legali, sembra che i giudici non vogliano tenere contro di quella che è la norma quando si deve affrontare la morte violenta di un proprio familiare, ovvero: sofferenza, dolore, vuoto incolmabile, sconforto, perdita della voglia di vivere per l’uccisione del proprio caro e come ogni diversa interpretazione e convincimento sia in contrasto e leda i princìpi sanciti negli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione.

L’articolo 2 garantisce i  diritti  inviolabili  dell’uomo, mentre l’articolo 3 afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità  sociale e sono uguali davanti  alla legge: dovere dimostrare lo sconvolgimento della propria vita per l’uccisione di un familiare è in contrasto con tali principi, violando la dignità sociale che si  manifesta anche nel  rispetto  dell’altrui  dolore che non deve essere calpestato, o  trasformato in fenomeno da circo, né,  tantomeno può, senza riserva, costituire  oggetto  di prova nella generalità dei casi, attesa la natura interiore e strettamente personale del sentimento. 

Ciò a prescindere dal fatto che un sentimento, come l’amore, l’amicizia, il dolore, non può essere provato, proprio perché indice di una spontaneità interiore caratterizzata dalla riservatezza ed esclusività e che qualunque mezzo di  prova rappresenta, piuttosto, una coercizione ed una violenza al  rispetto  della riservatezza e del  dolore per chi  subisca quanto  di più  atroce la vita possa riservare all’essere umano: la privazione dell’affetto  di un proprio caro a causa della morte violenta per un fatto illecito.

Quali documenti dovrebbe fornire la vittima di un reato per provare il  dolore per l’uccisione di un suo familiare?

A prescindere dal fatto che è in corso un aspro e ampio dibattito tra giuristi su quantificazione e prova del danno da morte,  occorre evidenziare che le ultime pronunce della Cassazione sembrano volere ristabilire un equilibrio  a favore del  danneggiato.  

A cominciare dalla ordinanza n. 7748/2020 che ha chiarito come il pregiudizio patito dai prossimi congiunti sia configurabile come danno diretto e non riflesso, potendo desumersi presuntivamente, come è logico che sia,  anche dal legame parentale la sofferenza, lo  sconvolgimento  della propria esistenza per quanto  di più triste possa capitare ad una persona: sopravvivere al mondo senza l’affetto  di  chi  amava. Qualcuno ha, poi, paragonato alla sentenze di San Martino, per importanza ed impatto con l’attuale sistema risarcitorio in tema da danno da perdita parentale, le  3 sentenze della Suprema Corte Cass. 10579/21, Cass. 26300/21, Cass. 26301/21 nelle quali è stato, speriamo definitivamente, chiarito quali sono i criteri per determinare gli importi da liquidare a titolo risarcimento danno per la perdita del rapporto parentale agli eredi della vittima di un fatto illecito, con un richiamo esplicito ad abbandonare quanto  contenuto  nelle Tabelle Milanesi. 

Con le pronunce sopra richiamate, ma anche con le successive 33055/21 e 38077/21,  la Suprema Corte ha voluto ricordare che per determinare le somme da corrispondere a ciascun congiunto della vittima di un fatto illecito si deve fare riferimento non soltanto al grado di parentela ed alla convivenza, o meno, con la vittima, ma anche all’età del defunto e all’età del congiunto superstite.

Tali  criteri,  sconvolti  solo  dalle Tabelle milanesi che, con il  Gruppo Danno alla Persona dell’Osservatorio sulla Giustizia Civile, auspichiamo corra ai ripari per lo meno  sul divario della forbice prevista per gli importi  da liquidare ai  fratelli, come indicato nelle ultime Tabelle di liquidazione del danno del Tribunale di Roma, risalenti al 2019 sono gli unici  da applicare per determinare gli importi  da liquidare a ciascun erede per la morte di un proprio familiare: coniuge, figlio, genitore, fratello, nonno, nipote. Infatti, non può non tenersi conto di quanto affermato dalla Suprema Corte con la sentenza n. 26301 del 2021, che ha voluto sottolineare come: “Il vero danno nella perdita del rapporto parentale, è la sofferenza non la relazione. 

E’ il dolore, non la vita che cambia, se la vita è destinata, si, a cambiare, ma, in qualche modo, sopravvivendo a se stessi nel mondo”. Si tratta di una pronuncia che non lascia dubbi interpretativi e, richiamando il principio, già più volte invocato, delle presunzioni legali nell’ambito della prova dello sconvolgimento della vita a causa di un fatto illecito per la morte di un proprio familiare, chiarisce anche come  la sofferenza per la perdita del rapporto parentale deve essere provata e valutata dal giudice  per avere  diritto  al risarcimento del danno ed in  quale misura: “La sofferenza morale  allegata e poi provata, anche  a mezzo di  presunzioni semplici,  costituisce  l’aspetto più significativo del  danno.  Esiste, infatti, una radicale differenza tra  il danno  per la perdita  del  rapporto  parentale e quello  per la sua  compromissione  dovuta a  macro lesione del  congiunto  rimasto  in vita in cui è la vita di relazione a subire profonde modificazioni in peggio”.                  

La prova del dolore per l’uccisione di un familiare costituisce una violazione del  rispetto della persona?

Non può, infine, non richiamarsi l’art. 32 della Costituzione, secondo cui la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività e la legge non può, in nessun caso, violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Viene da chiedersi se costringere un genitore, che ha perso un figlio trasportato in auto in un incidente stradale, che a seguito di questa tragedia si chiuda in sé stesso e non voglia più parlare con nessuno, a fornire una prova del suo dolore non rappresenti una violazione del rispetto della sua persona, della sua privacy, una intrusione sgradita nel suo lutto familiare. 

Ma vi è di più: vi è da chiedersi se questo gioco perverso che calpesta i diritti del  danneggiato, possa portare nel circo delle aule di giustizia ad indagini ed accertamenti peritali pericolosi ed inutili ai fini dell’equità e garanzia dei diritti,  tenuto  conto  che la legge deve garantire uguaglianza e non  disparità. Il principio secondo cui il danno per la perdita di un familiare non è “in re ipsa“ si  appalesa in netto  contrasto  e violazione della norma costituzionale richiamata. La perdita di un familiare rappresenta il più grande sconvolgimento che possa abbattersi nella vita di un essere umano, ponendo spesso fine alla voglia di vivere, una mancanza ed un dolore non sanabile nel tempo. 

Una situazione che non si  augura a nessuno: solo chi ha vissuto un lutto familiare può comprendere come la salute risenta del vuoto incolmabile provocato dalla mancanza di un proprio caro e come ciò incida negativamente sulla qualità  della propria esistenza, venendo  meno  la voglia  di  vivere e divenendo  la vita un  dolore continuo  e costante. Per tale ragione il nostro legislatore ha previsto il risarcimento  di  un danno  di  carattere morale per determinate categorie di  congiunti a seguito  del  decesso  di  un familiare (finanche i nonni, i  cugini  e gli  zii nelle ultime tabelle di  liquidazione del danno elaborate dal  tribunale di  Roma 2019) cagionato da fatto illecito, non rappresentando l’assenza di convivenza, nel mondo in cui viviamo e con le tecnologie a disposizione,  un ostacolo  alla pienezza del  rapporto  affettivo  tra consanguinei,  tant’è vero che il giudice può ridurre (può, non deve) l’importo  riconosciuto  a titolo  di  danno da perdita parentale fino  alla metà.  

Negare che l’uccisione di un proprio familiare costituisca violazione dei diritti, e dunque, dei danni, perlomeno non patrimoniali,  dei  congiunti superstiti è  nozione contraria ai principi basilari del sentire sociale e del diritto che è chiamato  a tutelare tali beni  supremi: la salute, la piena dignità  sociale e l’uguaglianza sostanziale dell’individuo  di  fronte alla legge; così  come anche non  riconoscere che il dolore possa essere provato e manifestato in maniera differente e soggetto  a valutazione equitativa da parte di organi giudicanti differenti e con propri distinti  convincimenti.

D’altronde il caos generato sui danni non patrimoniali da uccisione di un  congiunto,  con l’elaborazione della teoria del “danno  conseguenza” a scapito  del  “danno  evento”  non  tengono  conto  dell’unica considerazione meritevole di  tutela e cioè che: la vita e la salute sono  beni preziosi ed irrinunciabili costituzionalmente protetti  e garantiti e che l’evento e la conseguenza si  identificano nel  danno  stesso, non potendo avere distinta collocazione quali espressioni racchiuse nel dettame dell’articolo 2058  del  nostro  codice civile. 

Negare che l’uccisione di un figlio non abbia ripercussioni nella vita e sulla salute dei genitori, che la morte di un fratello non sconvolga l’esistenza dei familiari superstiti è principio che contravviene al sentire sociale e a quelle nozioni  comuni proprie di uno Stato  che voglia definirsi garantista e di  diritto.

Avvocato Gianluca Sposato Gruppo Danno alla Persona Osservatorio Sulla Giustizia Civile. 

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Amministratore di sostegno, poteri e revoca

Parliamo dell’amministrazione di sostegno, di quelli che possono essere i vantaggi per il beneficiario, ma anche dei problemi che può comportare negli equilibri familiari quando è un estraneo, con l’Avvocato Gianluca Sposato, patrocinante in Cassazione e responsabile per la Regione Lazio dell’Associazione “La Famiglia Onlus”, che ha affrontato e risolto molte problematiche familiari a Roma ed in tutta Italia in oltre 25 anni di attività professionale.

Avvocato Gianluca Sposato, cosa è l’amministratore di sostegno?

L’amministrazione di sostegno è un istituto giuridico introdotto con la Legge 6/2004 con l’intento di tutelare persone che hanno menomazioni fisiche, o psichiche, come gli anziani, i disabili, gli alcolisti ed i tossicodipendenti.

L’istituto è volto a garantire la cura della persona e del patrimonio di soggetti ritenuti dall’ordinamento giuridico più deboli e vulnerabili, che spesso hanno una pensione di invalidità e accompagno e si trovano nell’impossibilità di provvedere a tutelare i propri interessi.

La nomina dell’amministratore di sostegno avviene da parte del giudice tutelare, a seguito della presentazione di un ricorso da parte dell’interessato, di un suo familiare, o affine.

Nella scelta della persona da nominare, il giudice deve preferire, se non sorgono contestazioni, il coniuge, o la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio il fratello, la sorella, o il parente entro il quarto grado.

Di fatto, purtroppo, solo in rari casi avviene così ed è assai frequente, dati i contrasti familiari che spesso portano irresponsabilmente a questa scelta, che la nomina ricada su un professionista, di regola un avvocato, nominato dal giudice tutelare, che dovrà  essere anche retribuito.

Quando deve essere richiesta la nomina di un amministratore di sostegno?

Non vi è una regola per ricorrere all’istituto, se non quella di salvaguardare gli interessi economici e la cura della persona di chi è chiamato a beneficiare dell’istituto, nei casi in cui ricorra urgenza di adottare questa misura. Poniamo il caso di un soggetto affetto da schizofrenia paranoide che non sia in grado  di provvedere alle esigenze quotidiane della propria vita e di gestire autonomamente il proprio patrimonio e di azioni poste in  essere contro  la sua libertà  personale, o il  suo  patrimonio  da parte di  suoi familiari,  o  conviventi,  lesivi  della sua persona e/o delle sue finanza;  o il caso dell’anziano che si  trovi  a vivere da solo  con  la badante e non  sia in  grado  di  prendersi  autonomamente cura della sua persona e del suo patrimonio, esponendosi al rischio anche di  depauperamento  delle sue finanze.

Ricorrere all’amministrazione di sostegno è una scelta meno radicale rispetto alla domanda di inabilitazione o interdizione, essendo volta a garantire i diritti più  elementari  come l’accesso  alle cure mediche,  ad attività  formative, scolastiche e ricreative, con rendicontazione economica al  giudice tutelare che valuterà l’adozione dei  relativi provvedimenti,  assecondando i  desideri  del soggetto interessato dal provvedimento.

Quali sono le problematiche più frequenti legate all’amministrazione di  sostegno?

La principale problematica dell’istituto, quando l’amministratore di sostegno non è  un familiare che si prenda effettivamente cura della persona malata, è legata ai  contrasti  che possono sorgere con il professionista nominato  dal  giudice tutelare che, essendo un  estraneo,  difficilmente avrà la capacità  e la sensibilità  di  cogliere la personalità della persona malata e comprendere a fondo le sue effettive necessità.  Senza tener conto che, ove non ascolti i familiari, o vi sia aperto contrasto con questi, avrà difficoltà ad intraprendere le scelte migliori nell’interesse del proprio  assistito.

Si aggiunga, inoltre, che il patrimonio dell’amministrato, con la nomina di un amministratore, è sottoposto a gestione e controllo del giudice tutelare che autorizza ogni singola spesa, stabilendo gli importi mensili di cui il beneficiario può disporre, limitando di fatto la sua autonomia e quelle che possono essere le sue scelte.

Infine bisogna tener conto che il professionista incaricato non svolge la sua attività a titolo gratuito ed il relativo compenso annuale è a carico del beneficiario stesso.

Gli atti compiuti dal beneficiario dell’amministrazione di sostegno sono validi?

L’art. 409 del codice civile prevede che il beneficiario dell’amministrazione di  sostegno conserva la propria capacità  d’agire per tutti  gli  atti che non  richiedono  la rappresentanza dell’amministratore di  sostegno e, dunque per gli  atti necessari  a soddisfare le proprie esigenze della vita quotidiana.

La persona sottoposta all’amministrazione di sostegno, infatti, non perde del tutto la propria capacità di agire, potendo anche, se capace di intendere e volere, sposarsi, riconoscere i propri figli e fare testamento; mentre per quanto riguarda la possibilità di fare una donazione, tale capacità potrebbe trovare un limite da parte del giudice tutelare, su indicazione dei familiari.

Infatti, proprio per tutelare i suoi interessi, nel decreto di nomina del giudice tutelare saranno i familiari stessi a richiedere ed indicare per quali atti debba essere assistito e rappresentato dall’amministratore di sostegno. Così potrà essere stabilito nel suo esclusivo interesse, per esempio, che non possa compiere atti di compravendita, o negoziazione di titoli finanziari superiori ad un certo importo.

Quando e come è possibile chiedere la revoca dell’amministratore di sostegno?

Non è semplice porre rimedio a chi abbia, a cuor leggero, richiesto l’adozione di tale provvedimento.

L’interessato, o i suoi familiari e affini, possono presentare istanza al giudice tutelare chiedendo la sostituzione dell’amministratore di sostegno in casi di inadempimento  grave da parte di questi, o che venga cessata l’attività di amministrazione di sostegno non  ricorrendo più le condizioni.

Circa i motivi da addurre non è sufficiente indicare ragioni generiche, ma presupposto affinché l’istanza di revoca dell’amministratore di sostegno possa trovare accoglimento da parte del giudice tutelare devono essere ragioni  specifiche come:  la cessazione dello stato di infermità del soggetto tutelato, perché ha seguito un percorso  di  disintossicazione, o è  guarito; un aperto contrasto di  vedute  con il beneficiario, o con un suo familiare che pregiudichi  gli interessi della persona malata e sconvolga equilibri familiari;  una cattiva gestione economica da parte dell’amministratore, in presenza di  gravi  inadempienze e rendicontazione lacunosa, o parziale.

L’istituto cessa, poi, quando viene presentata la misura restrittiva più rigida con la domanda di interdizione, o inabilitazione e viene nominato un tutore.

Per richiedere un parere in relazione ad una vicenda familiare potete chiamare l’Avvocato Gianluca Sposato, patrocinante in Cassazione, al numero 347.8743614

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Incidente stradale mortale, gli importi da liquidare agli eredi

Abbiamo intervistato l’Avvocato Gianluca Sposato, Presidente di ADISM l’Associazione nazionale che difende gli infortunati stradali, tra i massimi esperti a livello nazionale in risarcimento danni per incidenti stradali mortali ai familiari delle vittime della strada.

Avvocato Gianluca Sposato, Lei  fa parte del Gruppo danno  alla persona dell’Osservatorio nazionale sulla Giustizia che elabora ogni  anno le Tabelle di  liquidazione del danno per la perdita parentale. Cosa bisogna fare quando un proprio familiare, marito, moglie, figlio, genitore, fratello muore in un incidente stradale?

Il  supporto medico e terapeutico ai  familiari  delle vittime della strada sono fondamentali al pari di un  avvocato con molti anni  di  esperienza in diritto delle assicurazioni e responsabilità  civile da circolazione stradale. La materia è  molto difficile e tecnica e benché siano in molti  a volersene occupare, sono in pochi a sapere come muoversi per tutelare pienamente i  diritti di  chi  ha riportato un lutto  familiare in  conseguenza di un omicidio  stradale,  a cominciare dalla corretta ricostruzione e dai  rilievi dell’incidente mortale,  essendo imprescindibile comprenderne la dinamica per l’attribuzione delle relative responsabilità,  evitando errori che possono costare cari in termini di  giustizia e liquidazione del danno alle vittime della strada. La scelta dell’avvocato non può prescindere dal suo curriculum e dalla sua preparazione specifica  di  risarcimento danni per incidenti mortali, tenuto  conto dell’evoluzione costante del diritto  su tematiche relative al  danno patrimoniale e non patrimoniale e sul danno da perdita parentale.

I parenti delle vittime della strada hanno diritto al risarcimento del danno per la morte del proprio familiare nella stessa misura?

Con il Gruppo Danno alla Persona dell’Osservatorio nazionale sulla giustizia stiamo  lavorando  a criteri omogenei  di  liquidazione ai  familiari  delle vittime della strada,  tenuto  conto  che limitatamente al danno non patrimoniale per la perdita del  rapporto  affettivo  danno morale per l’uccisione di un familiare esistono delle variabili che devono essere valutate  dal giudice. Come Avvocato che ha assistito ed assiste numerose persone che hanno perso un familiare in un incidente stradale devo dire che non  esiste ristoro  che possa colmare il  dolore per la perdita affettiva di un proprio caro. Elementi  come  il grado  di  parentela, la convivenza, l’età  del  congiunto deceduto e l’età  del familiare superstite sono  stati richiamati di recente dalla Cassazione come criteri per determinare l’aumento  degli importi da liquidare a titolo di  risarcimento del danno  morale al  familiare superstite. Bisogna poi valutare a parte  il danno patrimoniale,  ovvero la perdita di  apporto  economico alla famiglia per l’uccisione del proprio congiunto, ove questi  provvedeva al  mantenimento  del nucleo familiare, poiché  il massimale di polizza assicurato  da chi  ha commesso l’omicidio stradale,  che per legge non può essere inferiore a 6.000.000,00  di  euro,  potrebbe non  coprire tutti i danneggiati in caso  di  strage stradale.

Come si  calcola l’importo che spetta a titolo  di  risarcimento  danni  per la morte di un  familiare?

Bisogna,  innanzi tutto, distinguere il  danno patrimoniale da quello non patrimoniale. Lo  schema  delle Tabelle del danno non patrimoniale che è  stato  elaborato dall’Osservatorio  sulla Giustizia Civile di  Milano per l’anno  2021, prevede a favore di ciascun genitore per morte di un figlio un importo  che può  variare da un minimo  di € 168.250,00 fino  ad un massimo  di  € 336.500,00 a seconda del  verificarsi  di  determinate condizioni,  lo  stesso importo  è  riconosciuto a favore del figlio per morte di un genitore e a favore del coniuge non separato, o del convivente di fatto sopravvissuto per la morte del proprio congiunto. Mentre a  favore del fratello per morte di un fratello a favore del nonno per morte di un nipote il divario è  molto più  ampio, variando  da un minimo  di  € 24.350,00 fino  ad un massimo  di € 146.120,00. Va da sé  l’importanza  per tutelare al  meglio i propri  diritti e non  vedersi  riconoscere liquidazioni irrisorie di  essere assistiti  fin da subìto da avvocati che trattino in  via esclusiva la materia civilistica anche in Cassazione.

Chi paga in caso  di omicidio stradale?

Bisogna distinguere l’azione civile da quella penale. L’articolo  589 bis del  codice penale stabilisce la pena per chi  ha compiuto un  omicidio stradale con le relative attenuanti  e aggravanti; mentre l’articolo 2043 del  codice civile obbliga  il  conducente del veicolo che ha provocato la morte a rispondere  in  sede civile per il  risarcimento  dei  danni  arrecati ai familiari  della vittima della strada. L’istituto  dell’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile automobilistica garantisce la manleva  dell’assicurazione,  obbligata in  solido  al pagamento  del  risarcimento di  tutti i danni, patrimoniali  e non patrimoniali, ai  familiari  delle vittime della strada.

Una procedura a parte è prevista  nel  caso di  incidente stradale mortale causato da veicolo non  assicurato, o da pirata della strada, la cui domanda di  risarcimento andrà  correttamente inviata all’impresa designata territorialmente dal Fondo  di  Garanzia Vittime della Strada.

In che tempi avviene la liquidazione del danno per le morti  stradali?

I  tempi possono  essere molto  veloci  se non ci  sorgono dubbi  sulla responsabilità da parte di  chi  ha provocato  la morte del  familiare nell’incidente stradale,  come nel  caso  del  trasportato e sull’entità dell’importo  da corrispondere agli  eredi  legittimi  aventi  diritto: il  coniuge, i  figli, i  fratelli, i genitori ed i nonni;  essendo  sempre possibile, comunque, chiedere una provvisionale, o trattenere le somme in acconto.

Nei  casi più  complessi, in  cui  la ricostruzione dell’incidente non chiarisce del  tutto  le responsabilità, nel  caso  di presunzione di concorso  di  colpa e  diniego  da parte dell’assicurazione  a liquidare gli  eredi delle vittime della strada i tempi  sono  quelli  di un  giudizio  civile,  variando mediamente da  4 a 5 anni in primo grado.

Ringraziamo l’Avvocato Gianluca Sposato per l’impegno  a promuovere la sicurezza stradale e l’incessante  attività a livello istituzionale per la quale, come Presidente di Adism,  ha ricevuto  l’apprezzamento  della Presidenza del  Consiglio  dei Ministri  per il fattivo  contributo  volto  a tutelare i  soggetti danneggiati  da incidenti  stradali e la pubblicazione del Manuale “Le 50 parole del  danno stradale più usate nelle aule di  giustizia” i cui proventi  sono  devoluti in beneficenza per promuovere la legalità  e la sicurezza stradale.

Per prenotare un appuntamento e sottoporre la vostra questione potete contattare l’Avv. Gianluca Sposato al numero 06.3217639

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Lo scioglimento della comunione ereditaria

Parliamo della comunione ereditaria  e dei problemi  che può  comportare con l’Avvocato Gianluca Sposato patrocinante in Cassazione esperto in diritto successorio  e testamentario, Presidente di  Commissione dell’ultima sessione dell’esame di  Stato per Avvocato a Roma, che ha affrontato e risolto numerose questioni ereditarie a Roma ed in tutta Italia nel corso della sua lunga carriera.

Avvocato Gianluca Sposato, lei è stato Presidente dell’ultima sessione dell’esame per avvocato  a Roma,  quali sono i rischi legati alla comunione ereditaria?

I rischi della comproprietà di quote sono legati non soltanto alla gestione e conservazione del patrimonio immobiliare, ma comportano anche il rischio di insolvenza di uno dei coeredi nei confronti di eventuali creditori, tenuto conto che l’art.  599 del codice di procedura civile stabilisce che possano essere pignorati i beni indivisi anche quando non tutti i comproprietari sono obbligati verso il creditore, con la notifica del pignoramento che deve contenere un avviso ai comproprietari ai quali è fatto divieto di lasciar separare dal  debitore la sua parte delle cose comuni senza l’ordine del giudice.

Per tale ragione ove i rapporti tra coeredi non siano più che buoni e consolidati è sempre sconsigliabile da parte mia procedere ad una divisione ereditaria parziale, mantenendo dei beni in comunione.

 

Quali sono le attività da affrontare per lo scioglimento della comunione ereditaria?

Una volta delineato l’asse ereditario e le relative quote di attribuzione, sia che si proceda a successione legittima, che testamentaria, il primo compito dell’avvocato è quello di procedere a ricostruire la massa ereditaria, richiedendo gli estratti conti bancari dell’ultimo decennio ed esaminando la situazione patrimoniale mobiliare ed immobiliare della persona venuta a mancare, suoi eventuali debiti, spese da sostenere, polizze assicurative e donazioni indirette.

Il ruolo dell’avvocato che tratti esclusivamente materia civilistica ed ereditaria ed abbia esperienza in ambito di  diritti  reali  e diritto immobiliare è fondamentale per fornire un quadro d’insieme corretto e il più possibile preciso, attraverso  la comparazione delle valutazioni immobiliari degli  eredi, al fine di potere accontentare tutte le parti, nell’ottica di una definizione delle vicende ereditarie mirata a  risparmiare su tempi  e costi, anche per quanto  riguarda le imposte di  successione.

 

Quali sono gli oneri ed i costi da affrontare per lo scioglimento della comunione ereditaria?

La dichiarazione di successione va presentata entro 12 mesi  dalla morte del  de cuius  e non c’è obbligo se l’attivo ereditario ha un valore non superiore a 100.000,00 euro e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari quando l’eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto.

Per quanto riguarda gli onorari dell’avvocato e del notaio sono regolati dai rispettivi parametri professionali, tenuto conto che è sempre bene per il cliente, e vi  è  obbligo per l’avvocato, presentare un preventivo  di  spesa di  massima,  sia per l’attività  stragiudiziale che eventualmente per quella giudiziale, ove si  debba procedere allo  scioglimento della comunione ereditaria, esperito negativamente il tentativo obbligatorio  di  mediazione,  in Tribunale.

 

Che consigli può dare a chi deve affrontare lo scioglimento di una comunione ereditaria ?

La materia ereditaria implica molti risvolti personali e tocca diversi ambiti del diritto  e della vita affettiva delle persone, pertanto  il  mio  consiglio  più  che spassionato,  che è il frutto di oltre 25 anni di esercizio professionale nel ramo del diritto  successorio  e testamentario, è  quello  di  non compiere mai  nessuna azione da soli,  senza il  supporto  del proprio  avvocato,   per non  pregiudicare i propri  diritti.

E’ fondamentale poi   distinguere il ruolo ed i compiti  dell’avvocato  da quello  del notaio; un notaio che, purtroppo come a volte accade, si voglia sostituire all’avvocato rischia finanche di essere radiato dall’albo notarile, non  rientrando tra le sue competenze affrontare questioni  giuridiche a lui  non demandate, non avendo relativa qualifica e preparazione professionale per trattare con i  coeredi.

Il mio consiglio, e lo dico supportato da tante testimonianze di gratitudine e riconoscenza manifestate dai miei clienti, è quello di rivolgersi al mio  studio, fondato nel 1949, che è specializzato in diritto successorio  e materia ereditaria,  per ricevere una assistenza altamente tecnica e qualificata volta a risolvere nel migliore dei  modi ogni conflitto e vicenda ereditaria, ottimizzando tempi  e costi,  tutelando i diritti del  cliente.

Per prenotare un appuntamento e sottoporre la vostra questione ereditaria potete contattare l’Avvocato Gianluca Sposato, esperto in materia testamentaria e diritto ereditario a Roma, al link di seguito Legale24h

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Eredità tra fratelli nella successione legittima e testamentaria

Parliamo dell’eredità  tra fratelli  con l’Avvocato Gianluca Sposato esperto in diritto  di famiglia ed ereditario e Presidente di Commissione dell’ultima sessione dell’esame di  Stato per Avvocato a Roma, che ha affrontato e risolto numerose questioni ereditarie nel corso della sua lunga carriera.

Avvocato Gianluca Sposato cosa succede se un fratello muore senza famiglia, ovvero senza lasciare il coniuge, genitori, o figli e l’unico erede è uno, o sono più fratelli?

Nell’ipotesi in questione bisogna distinguere a seconda che si abbia successione legittima, o testamentaria.

Se il fratello che è deceduto non ha redatto un testamento, in  base al  disposto  di  cui  all’articolo 570 del  codice civile il fratello, o i fratelli, erediteranno tutto il patrimonio in parti uguali, in mancanza di altri eredi legittimi, o meglio di legittimari, quali il coniuge, i genitori, o altri  ascendenti, nel qual caso concorreranno, invece, rispettivamente nella misura rispettivamente di 1/3, ove sia presente solo il coniuge, o di 2/12, ove siano presenti il  coniuge ed i genitori,  con la precisazione che i  fratelli e le sorelle unilaterali, conseguono  la metà della quota che conseguono i  germani.

Invece, in presenza di figli della persona venuta a mancare, ai fratelli non spetta nulla nella successione legittima perché sono questi a subentrare nell’asse ereditario, eventualmente con l’altro genitore superstite.

Dunque, nell’ipotesi in cui unico erede legittimo sia un fratello e si proceda alla successione legittima, in quanto non vi è un testamento che escluda il fratello superstite, questi erediterà tutto il patrimonio del fratello deceduto.

Il fratello superstite ha sempre diritto ad ereditare, o può essere estromesso dal testamento, se non ci sono altri eredi legittimi?

I fratelli, a differenza del coniuge, dei figli e dei genitori, non sono eredi legittimari, non avendo una quota loro riservata per legge sull’eredità del fratello defunto.

Tant’è che nel caso in cui sia stato redatto un testamento che li estrometta, non possono impugnarlo, a meno che il testamento non sia stato estorto con la forza o  con l’inganno al testatore; ovvero questi non fosse lucido e capace di intendere e volere al  momento in cui lo ha redatto, o ancora sia nullo sotto il  profilo formale, per carenza dei requisiti  richiesti dalla legge, ove trattasi di testamento olografo non  sottoscritto o privo della data, ovvero non sia stato redatto di proprio pugno  dal testatore.

Pertanto, un fratello che non abbia figli e coniuge facendo testamento potrà nominare unico erede un nipote, o una persona a lui cara, senza pregiudicare i diritti del fratello, in quanto fratelli e sorelle subentrano nell’eredità solo in due casi: se vengono citati nel testamento; oppure, in assenza di testamento, se il defunto non aveva figli, o il coniuge.

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Come si può tutelare i figli affrontando la separazione coniugale?

L’Avvocato  che si occupa della separazione dei coniugi, oltre a essere esperto in diritto di famiglia deve avere grande sensibilità e doti umane per comprendere a fondo la situazione e le problematiche legate ai rapporti conflittuali della coppia, onde fornire le migliori soluzioni e risposte salvaguardando i diritti dei minori e tutelando gli interessi del nucleo familiare, anche dopo la separazione” – spiega l’Avvocato Gianluca Sposato, Responsabile dell’Associazione La Famiglia Onlus e del Network  Legale24h, che da oltre 20 anni assiste famiglie in crisi matrimoniale a Roma e in tutta Italia.

I motivi che possono portare alla rottura del matrimonio sono molteplici: litigi familiari, la scoperta di un tradimento, rapporto matrimoniale compromesso a causa dell’ingerenza dei genitori, scelte familiari non condivise, violenze domestiche, risultano tra le cause più frequenti.

Di fronte ad accadimenti di questo e altro genere non sempre è possibile ricucire il rapporto coniugale e la separazione diventa l’unica strada da affrontare, per uscire da una convivenza intollerabile.  

Scelte condivise finalizzate al raggiungimento di un accordo rappresentano la migliore soluzione, anche in corso di causa.

La scelta di separarsi dal coniuge, se non condivisa, rischia di trascinarsi sia sul piano economico che nelle relazioni con i figli, molto spesso oggetto di dispute tra genitori.

I figli vivono di riflesso la crisi genitoriale che ha portato alla rottura della famiglia e nel nostro ordinamento giuridico godono di una tutela ed attenzioni particolari.

“La legge – prosegue l’Avvocato Gianluca Sposato – è sempre un rimedio e mai la soluzione ai problemi familiari e genitoriali, pertanto sta all’intelligenza ed alla sensibilità della coppia, che deve essere assistita e tutelata al meglio sul piano giuridico da un avvocato matrimonialista, trovare un accordo, rinunciando a rispettive pretese, nell’interesse della famiglia e dei figli. Non si sarà più sposati, non si vivrà più sotto lo stesso tetto, ma si continuerà ad essere genitori: solo pensando a questo si potrà trovare la soluzione meno dolorosa nel compiere un passo così importante, al pari del matrimonio, nella propria vita”.

Evitare di instaurare il contenzioso giuridico è il primo compito dell’avvocato.

Tuttavia, la separazione giudiziale diventa inevitabile in presenza di gravi inadempimenti familiari, nel qual caso è fondamentale tutelare i propri diritti, ove necessario anche in via cautelare.

Cosa fare quando il matrimonio è irrimediabilmente compromesso e ci si vuole separare?

Quando si intende affrontare la separazione dal proprio  coniuge bisogna rivolgersi  ad un avvocato specializzato in diritto di famiglia, descrivere fino in fondo la situazione e le ragioni  che hanno portato a maturare la decisione di separarsi.

Il primo compito dell’avvocato matrimonialista è capire se vi sono margini per una riconciliazione e, ove ciò non sia possibile perché il rapporto affettivo è ormai del tutto compromesso, percorrere la strada della separazione consensuale, tenuto presente che un accordo nella maggior parte dei casi, sempre perseguibile anche in corso di giudizio, garantisce un rapporto sereno tra figli e genitori anche dopo lo scioglimento del matrimonio.

“La separazione dei coniugi è volta a regolare aspetti economici della famiglia e la gestione del rapporto genitoriale; qualsiasi scelta che non sia condivisa, viene presa dal Tribunale. L’errore che i genitori durante la separazione non devono commettere è quello di  coinvolgere la prole nei loro litigi, o peggio  ancora utilizzarla  come arma di  ricatto  nei  confronti dell’altro genitore, come spesso accade,  screditandolo perché,  ad esempio, convive con  il nuovo partner, o non  adempie nella maniera richiesta all’obbligo di mantenimento, tenuto conto che il legislatore, in  base all’articolo 337 quater del codice civile, considera l’affidamento esclusivo, quando quello condiviso sia contrario all’interesse del figlio a causa di  comportamenti  non  consentiti da parte di uno  dei  genitori”  – sottolinea l’Avv. Gianluca Sposato.

Dunque il richiamo alla responsabilità e al rispetto dei propri doveri in questo contesto giuridico, che coinvolge anche e soprattutto questioni affettive, più che mai  rappresenta sempre la buona regola da seguire.

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Testamento: quando lede i diritti degli eredi legittimari e può essere impugnato?

Nella successione testamentaria non possono essere violate le quote riservate agli eredi legittimari, né il  testatore può  eccedere per liberalità la quota disponibile a lui  riservata per legge

Il testatore nel  redigere l’atto di sua ultima volontà deve tenere conto sia della composizione dell’asse ereditario e, dunque, delle quote spettanti per legge ai legittimari  (coniuge,  figli, genitori e altri ascendenti), sia di  quanto compiuto a titolo di liberalità in vita a favore di questi, per esempio  attraverso donazioni indirette,  potendo disporre solo di una quota del suo patrimonio liberamente, spiega l’Avvocato Gianluca Sposato, Ceo di Legale24h, specializzato in diritto successorio ed ereditario a Roma.

Quota di riserva, quota disponibile ed azione di riduzione

Ai legittimari spetta una quota di riserva di cui abbiamo  parlato  in un precedente articolo esaminando  l’ipotesi in  cui la successione all’eredità si  apra senza che sia stato  redatto un testamento.

Nel caso in cui si dia luogo, invece,  alla successione testamentaria saranno  molteplici  gli  elementi  da analizzare,  a cominciare dalla capacità  di intendere e volere del testatore al momento  della redazione del  testamento, alla validità del testamento, che produce effetto dal momento  della sua pubblicazione e, non da ultimo, alla lesione della quota di  riserva destinata  per legge ai suoi  familiari e parenti, o  alla pubblicazione di un testamento falso.

Infatti l’art. 554 del codice civile dispone che le disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il defunto poteva disporre sono soggette a riduzione nei limiti della quota medesima, attraverso l’esperimento dell’azione di riduzione dinanzi il Tribunale competente, ove sia fallito il tentativo di ricomporre la controversia ereditaria con una transazione ereditaria con bilanciamento delle quote spettanti a ciascun erede. 

Quali sono le quote di cui il testatore può liberamente disporre nel testamento?

La quota disponibile varia a seconda del numero dei legittimari ma, in ogni caso, non può mai essere inferiore ad ¼ del patrimonio del testatore: questo significa che il testatore sarà sempre libero di disporre di ¼ del suo patrimonio come vuole, destinandolo anche a soggetti diversi dai propri familiari e parenti, o privilegiando uno di loro rispetto ad altri.

Ovviamente se non ci sono eredi legittimari, dunque il coniuge, i figli, i genitori o i nonni, il testatore può disporre liberamente dell’intera quota del proprio patrimonio.

Quale è la quota disponibile se il testatore è sposato o ha dei figli? 

Se il testatore è sposato bisogna distinguere a seconda che ci siano figli, o meno.

Se non ci sono figli, ma solo il coniuge la sua quota disponibile è di ½, dunque l’altro ½ rappresenta la quota di riserva del coniuge.

Se oltre al coniuge ci sono anche dei figli la quota disponibile è di 1/3 se il figlio è uno solo  e di  ¼ se i figli sono più di  uno,  tenuto  conto  che il  coniuge avrà,  comunque, diritto  nel  primo caso  ad 1/3 e nel  secondo  caso  ad ¼ dell’asse ereditario,  oltre all’uso della casa coniugale e del suo mobilio.

Se il testatore alla sua morte lascia solo figli la quota disponibile sarà di ½ se ha un  solo  figlio  e di  1/3 se lascia più di un figlio, essendo riservata a loro  la restante quota nell’una e nell’altra ipotesi.

Qual è la quota disponibile se il testatore non è sposato e non ha figli?

Se il testatore, invece, non è sposato e non ha figli  ma, nell’asse ereditario sono presenti ascendenti e, dunque, genitori o nonni, che possono  agire anche per rappresentazione, la quota loro  destinata a titolo  di  riserva è  di  1/3 e dunque la disponibile del testatore è di  2/3. Non è prevista invece alcuna quota di riserva per i fratelli.

SCHEMA QUOTA DI RISERVA E QUOTA DISPONIBILE SUCCESSIONE TESTAMENTARIA

  • Se il testatore lascia solo il coniuge la quota disponibile è ½ (quota riserva coniuge 1/2)
  • Se lascia coniuge e un figlio la quota disponibile è 1/3 (quota riserva coniuge 1/3, figlio 1/3)
  • Se lascia coniuge e più di un figlio quota disponibile 1/4 (quota riserva coniuge ¼, figli ½)
  • Se lascia solo un figlio la quota disponibile è ½ (quota riserva figlio ½)
  • Se lascia più di un figlio la quota disponibile è 1/3 (quota riserva figli 2/3)
  • Se lascia coniuge e ascendenti disponibile ¼ (quota riserva coniuge ½, ascendenti 1/4)
  • Se lascia solo ascendenti disponibile 2/3 (quota riserva ascendenti 1/3)

Per prenotare un appuntamento e sottoporre la vostra questione ereditaria potete contattare l’Avvocato Gianluca Sposato, esperto in materia testamentaria e diritto ereditario a Roma, al link di seguito Legale24h

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Problematiche frequenti legate alle compravendite immobiliari

Abbiamo intervistato l’Avvocato Gianluca Sposato, Direttore del Network  Legale24h, che nel corso della sua lunga carriera ha trattato ogni  questione inerente le compravendite immobiliari, organizzando tavole rotonde e congressi cui hanno partecipato i maggiori  esperti di diritto, rilasciando attestati di formazione professionale ad avvocati a Roma ed in tutta Italia.

Consulenza immobiliare e attività di intermediazione

“Nelle compravendite immobiliari è, prima di tutto, importante distinguere ruoli e attività: avvocato,  agenzia e notaio  hanno  compiti  e svolgono  funzioni  differenti” – spiega l’Avvocato Gianluca Sposato

Rivolgersi ad una agenzia immobiliare per l’acquisto di un immobile non sempre garantisce l’acquirente da rischi per evizione, formalità perente, come ipoteche o trascrizioni pregiudizievoli che risultano non essere  state cancellate e rappresentano ostacolo al rogito notarile, con tutte le conseguenze in termini  di  adempimento contrattuale.

Per contro, pensare che il Notaio possa garantire i termini di esecuzione dell’obbligazione contrattuale, risolvendo ogni situazione di intralcio alla compravendita immobiliare,  non è corretto, perché  la sua funzione è quella di eseguire l’effetto traslativo dell’immobile effettuando le annotazioni  nei  pubblici  registri immobiliari.

L’assistenza dell’avvocato è fondamentale per la buona riuscita della compravendita immobiliare

“L’assistenza di un  avvocato esperto in diritto immobiliare viene spesso trascurata dagli acquirenti,  i quali  per il  solo fatto  di essersi  rivolti  ad una agenzia, o ad un notaio, la ritengono superflua, ma in  realtà è imprescindibile per curare ogni dettaglio  e aspetto  contrattuale, garantendo l’acquirente in  tutte le fasi,  prima di formalizzare l’offerta di  acquisto” – prosegue l’Avvocato Gianluca Sposato.

Infatti, una volta formalizzata la proposta di acquisto e versata la caparra, possono verificarsi brutte sorprese, sia per l’acquirente che per il venditore, che si  sarebbero potute conoscere e risolvere se assistiti da un legale con esperienza in materia di proprietà immobiliare e obbligazioni  contrattuali.

E’ buona prassi conoscere anche il  regolamento condominiale prima di formalizzare la proposta di acquisto di un  immobile – dice l’Avvocato Gianluca  Sposato – atteso  che molto  spesso  vi  sono  limitazioni  alla proprietà contenenti espressi divieti che, se regolarmente trascritti e hanno piena validità  legale, come nel caso in cui  sia vietata la destinazione di appartamenti ad uffici pubblici, attività  di  tipo  turistico  ricettivo come case vacanza o  bed and breakfast, palestre, scuole di musica, di canto e di ballo,  ambulatori medici o sanitari per malattie contagiose”.

Situazioni poco chiare, prospettate come affari a prezzi vantaggiosi, sono  quasi sempre da evitare

Mentre gli  acquisti per asta giudiziaria sono garantiti dal tribunale, che con  effetto purgativo trasferisce la proprietà di un immobile libero da vizi; nella compravendita privata le situazioni occulte alla compravendita che possono verificarsi sono molteplici:  dall’acquisto di quote, in  cui  non si è rispettato il  diritto di prelazione di altri soggetti, alla vendita di immobili gravati da garanzie reali,  o che risultano  essere pervenuti per donazione venendo  a ledere la quota di  riserva degli  eredi legittimari, o ancora privi delle necessarie autorizzazioni urbanistiche e abitative, persino azioni volte a rivendicare la proprietà di un immobile per avvenuta usucapione.

Se il libero mercato offre maggiori opportunità di scelta, le aste immobiliari – sottolinea l’Avvocato Gianluca Sposato –   garantiscono l’acquirente, che abbia effettuato il saldo del prezzo nei  termini di cui all’ordinanza di  vendita, da eventuali rischi  di  evizione e dalla cancellazione di  tutte le formalità pregiudizievoli legate alla procedura. Tuttavia, anche in questo settore, a prescindere dalle possibilità concrete di aggiudicazione, l’assistenza legale, dati i tecnicismi e la complessità della materia è indispensabile ed è bene diffidare dai tanti intermediari”.

Libera contrattazione e problemi in sede di rogito notarile

In sede di acquisto di un immobile i rischi possono essere molteplici.  

Qualora l’immobile sia ancora da costruire, per esempio, il rilascio di una fideiussione a garanzia dello stato di insolvenza del costruttore non è l’unico elemento da considerare.

Sono frequenti anche problemi con agenzie immobiliari particolarmente invadenti che operano scorrettamente, non solo per acquisire un mandato di vendita, ma anche non comunicando situazioni che, se conosciute, non avrebbero portato a formalizzare l’offerta di acquisto.

Tuttavia, il mercato immobiliare in ambito privato, con l’assistenza di un  avvocato  esperto in compravendite immobiliari, è del  tutto  sicuro e oltre ad offrire maggiori  soluzioni adatte alle proprie richieste ed esigenze immobiliari, offre il vantaggio della contrattazione libera, tenuto  conto del sovraffollamento delle aste giudiziarie con l’interessamento di intermediari anche in quel settore (ove non  sarebbe dovuta alcuna provvigione di intermediazione)   con relative incertezze in ordine alla possibilità  di aggiudicazione dell’immobile all’esito di un’asta e del relativo prezzo  di  acquisto  finale.

Per acquistare il vostro immobile in totale sicurezza consigliamo di  rivolgervi  all’Avvocato Gianluca Sposato, esperto in problematiche connesse a diritti  reali e proprietà immobiliare, che tutelerà i vostri  diritti  ed interessi per un investimento immobiliare che si  riveli un acquisto sicuro e solido nel tempo.