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L’inefficacia delle alienazioni del bene pignorato

Pubblicato su Il Messaggero il 12 giugno 2016.

L’art. 2913 del codice civile prevede che con il pignoramento, i beni che ne sono oggetto vengano sottratti al potere di disposizione del debitore. Più garanzie per i creditori. Se il processo esecutivo si estinguesse, il debitore che ha alienato non potrebbe opporre la medesima ineffi cacia all’acquirente.

Dispositivo art.2913 c.c.

L’articolo 2913 del codice civilestabilisce che non hanno effettoin pregiudizio del creditore pignorantee dei creditori che intervengono nell’esecuzionegli atti di alienazione dei benisottoposti a pignoramento, salvi gli effettidel possesso di buona fede per i mobili noniscritti in pubblici registri – spiega l’avvocatoGianluca Sposato, presidente onorariodell’Associazione custodi giudiziari – >. dalla legge, dovendo il notaio rogante verificare se il bene sia libero da vincoli pregiudiziali, non potendosi rifiutare di stipulare la compravendita una volta messe le parti a conoscenza dell’esistenza del pignoramento
gravante sull’immobile, come ribadito dalla Suprema Corte con sentenza n. 3893 del 1977.
< L’ineffi cacia degli atti di disposizione del bene pignorato – commenta Sposato – può meglio spiegarsi facendo riferimento alconcetto elaborato dalla dottrina di “ vicolo di destinazione esecutiva ” che si sostanzia nell’impedire, a vantaggio del creditore procedente e di quelli intervenuti, che gli atti di disposizione del diritto pignorato compiuti dal debitore possano produrre il loro effetto, con la conseguenza che l’azione esecutiva possa proseguire indipendentemente dagli atti dispositivi e senza necessità che questi siano dichiarati dal giudice inefficaci, dovendosi far riferimento esclusivamente alla data di trascrizione del pignoramento>.

Ratio Legis

La ratio della norma – precisa l’avvocato – è facilmente ravvisabile nel dogma che gli atti di disposizione del bene staggito da parte dell’esecutato siano ineffi caci rispetto all’intero processo esecutivo, stante il preminente rilievo attribuito all’interesse pubblico alla conservazione della garanzia patrimoniale nella sua interezza ed all’interesse
privato al soddisfacimento delle pretesa creditoria. Quanto agli atti di alienazione colpiti da ineffi cacia vi rientrano i
soli atti giuridici in senso stretto, dunque non solo le vendite e le donazioni, ma anche gli atti costitutivi di diritti reali di godimento quali la costituzione di servitù, l’usufrutto, l’enfiteusi e la superficie, oltre agli atti abdicativi di diritti quali la rinunzia, le transazioni, i contratti estimatori e le anticresi; mentre esulano gli atti mortis causa a titolo universale, in quanto ai sensi dell’art. 110 del codice di procedura civile, gli eredi vengono a trovarsi nella medesima
situazione di diritto del defunto. Quanto alla posizione del terzo acquirente – conclude il professionista – è stata oggetto
di indirizzi giurisprudenziali assai contrastanti ed, a riguardo, è interessante segnalare come di recente la Corte di Cassazione, con sentenza n. 1703 del 2009, smentendo l’indirizzo precedente in base al quale gli attribuiva la facoltà di interloquire in ordine alle modalità dell’esecuzione e di proporre opposizione alla stessa ed agli atti esecutivi, ha riconosciuto a quest’ultimo la sola legittimazione ad introdurre l’opposizione di terzo, nelle forme previste dall’art. 619
del codice di procedura civile, al fi ne di far valere l’inesistenza o la nullità del pignoramento, precludendogli ogni altra azione in capo al debitore esecutato>.

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Custodia dell’immobile pignorato e liberazione

Pubblicato su Il Messaggero del 13 settembre 2015.

L’avvocato Gianluca Sposato, presidente onorario dell’associazione custodi giudiziari, commentando il comma 3 dell’art 560 del codice di procedura civile, spiega che questo provvedimento aggiornato il giudice sulle condizioni del cespite pignorato, onde poter adottare ogni provvedimento consequenziale opportuno.

La liberazione dell’immobile pignorato.

Il terzo comma della normativa – prosegue l’avvocato – prevede che il giudice dell’esecuzione disponga, con provvedimento non impugnabile, la liberazione dell’immobile pignorato in tre casi: 1) quando non ritenga di autorizzare il debitore a continuare ad abitare lo stesso, o parte dello stesso; 2) quando revochi la suddetta autorizzazione, se concessa in precedenza; 3) quando provveda all’aggiudicazione o assegnazione dell’immobile. In una fase di crisi economica del mercato immobiliare come quella attuale, i maggiori Fori italiani, come quello di Roma e Milano, applicano, di norma, il disposto in commento lasciando al giudice dell’esecuzione un potere discrezionale che si concreta in sostanza nell’ordine di liberazione anticipato alla vendita, disponendola a prescindere dalla collaborazione o meno dell’esecutato. In passato – argomenta l’avvocato Sposato – pur non tenendo conto del principio esposto, sancito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 13202 del 31/05/2010, salvo comportamenti omissivi, od ostativi, posti in essere dal debitore, o da chi occupasse l’immobile pignorato, l’ordine di liberazione, di regola, veniva emesso soltanto al termine della procedura esecutiva con l’ordinanza di aggiudicazione, consentendo al debitore di continuare ad occupare l’immobile fintanto che non fosse stato aggiudicato. Con l’introduzione del contraddittorio, secondo quanto previsto dall’art. 171 del codice civile, il giudice dell’esecuzione può autorizzare il debitore a continuare ad abitare l’immobile pignorato, consentendogli, anche per ragioni di umanità, di beneficiare del bene, se pur limitatamente. Tuttavia – prosegue l’avvocato Sposato – non sembra che il debitore vanti un vero e proprio diritto all’abitazione, ragion per cui, ove questi continui ad abitare l’immobile senza espressa autorizzazione del giudice, si configurerebbe una giusta causa anche per la sua sostituzione nella funzione di custode; delineandosi così la liberazione quale regola e l’abitazione come eccezione che necessita sempre di autorizzazione, anche quando il debitore sia stato nominato custode.

Esecuzione per somma minima.

Diversi sono i problemi connessi con l’interpretazione della norma – puntualizza l’avvocato – si pensi al caso di un immobile pignorato locato ad un canone particolarmente elevato, circostanza in cui è evidente che, trattandosi pur sempre di un potere discrezionale del giudice, l’ordine di liberazione potrebbe essere differito alla vendita, con conseguente vantaggio per la procedura ed incameramento delle relative somme. In contrasto con la precedente formulazione del provvedimento in esame, è la sentenza della Suprema Corte n. 4228 del 03/03/2015 – conclude l’avv. Sposato – che stabilendo una soglia minima di rilevanza nella espropriazione immobiliare, precluderebbe di agire al di sotto di un certo valore, principio al quale non sempre la giurisprudenza di merito ha posto rilievo; il richiamo all’art. 164 bis del codice di procedura civile è evidente, trattandosi di norma di chiusura non esaustiva ed apparendo ragionevole che perlomeno le spese di procedura non superino mai il credito vantato dal creditore procedente.

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Aste, vendita in frode dei creditori

Pubblicato su Il Messaggero il 27 ottobre 2013.

L’azione revocatoria è un mezzo di conservazione della garanzia patrimoniale del debitore,consistente nell’attribuzione ai creditori di un’azione giudiziaria per ottenere la dichiarazione di inefficacia degli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore abbia recato oggettivamente pregiudizio alle ragioni creditorie”, spiega l’avvocato Gianluca Sposato, presidente dell’Associazione custodi giudiziari.Ed aggiunge: “L’articolo 2902 delcodice civile prevede che il creditore,ottenuta la dichiarazione di inefficacia,possa promuovere nei confronti deiterzi acquirenti le azioni esecutive oconservative sui beni oggetto dell’attoimpugnato. Inoltre, il terzo contraenteche abbia verso il debitore ragioni dicredito dipendenti dall’esercizio dell’azionerevocatoria non può concorreresul ricavato dei beni che sono statioggetto dell’atto dichiarato inefficacese non dopo che il creditore è stato soddisfatto”.

Danno ai creditori

Le fattispecie possono essere assai variegate:”Si pensi – osserva l’avvocatoSposato – all’atto in frode ai creditoriper il cui tramite si intende danneggiarespecificamente costoro, sottraendola garanzia generica costituita daglielementi attivi presenti nel patrimoniodel debitore; oppure alla costituzionedi una garanzia reale in favore di uncreditore che ne fosse stato originariamenteprivo. L’effetto dell’azione pauliananon consiste nella dichiarazionedi nullità degli atti di alienazione compiutidal debitore ma nella suadichiarazione di inefficacia relativa,nel senso che l’atto di alienazione nonpuò essere opposto al solo creditoreche ha agito, mentre nei riguardi delterzo acquirente e degli altri soggetti èperfettamente valido ed efficace”.

Prova della frode

Gli elementi essenziali dell’azione incommento tradizionalmente vengonoravvisati nel consilium fraudis e nell’eventusdamni. “Ricorre il primoallorché sia ravvisabile la frode deldebitore, ovvero – sottolinea ancoral’avvocato Sposato – quando sia evidentela conoscenza del pregiudizio daparte di questi relativamente all’atto didisposizione posto in essere in dannoal creditore. A riguardo è importanteprecisare che se l’atto è stato compiutoprima che sia maturato il diritto dicredito la legge impone, al fine dell’esperimentodell’azione, la necessità chesia dolosamente preordinato al fine didanneggiare il futuro creditore. Circa ilsecondo elemento, invece, bisognatener conto che l’atto di disposizioneposto in essere dal debitore deve esseredi natura tale da poter danneggiare gliinteressi del creditore: di conseguenzase il patrimonio del debitore è compostoda più cespiti di rilevante valore, lavendita di alcuni di essi non potrà danneggiaregli interessi del creditorepoiché questi, in caso di inadempimento,potrà comunque rivalersi sugli altribeni”.

Titolo oneroso o gratuito

“Rilevante, poi, è distingue se l’atto didisposizione posto in frode al creditoresia a titolo oneroso o gratuito -continua l’avvocato Sposato-. Infatti sel’atto è a titolo oneroso per agire inrevocatoria, oltre la frode e il dannosarà anche necessario che il terzo siaconsapevole del pregiudizio che arrecaalle ragioni del creditore, ovvero chesia in malafede, potendo il giudiceconvincersi dell’esistenza di tale requisitoin base al basso prezzo corrispostodal terzo acquirente per ottenere ilbene. Se l’atto, invece, è a titolo gratuitoper agire in revocatoria sarà sufficientedimostrare l’esistenza dellafrode ed il prodursi del danno, essendoirrilevante l’eventuale buona fede delterzo che abbia acquisito il diritto”.”Dunque, soltanto il terzo subacquirente – conclude l’avvocatoSposato – vedrà fatte salve le sueragioni se potrà dimostrare di esserein buona fede al momento dell’acquisto;mentre è interessante osservareche la Suprema Corte con una recentepronuncia (Cassazione civile, sez. III,sentenza n. 11573 del 14.05.2013 ) haaffermato che l’accertamento del creditonon sospende l’azione revocatoriache si prescrive nel termine di cinqueanni dal compimento dell’attopregiudizievole”.

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Custode giudiziario, garante dei beni

Pubblicato su Il Messaggero il 13 ottobre 2013.

“Rispetto alla vendita, che riveste un ruolo centrale nell’ambito delle procedure espropriative immobiliari, rappresentandone la finalità stessa ed essendo presupposto necessario per la distribuzione delle somme ricavate, l’attività del custode può distinguersi in una fase ad essa preliminare ed in una ad essa conseguente e necessaria”, spiega l’avvocato Gianluca Sposato, presidente dell’Associazione custodi giudiziari. Che aggiunge: “La vendita, se pur con differenti prassi applicative, a Roma ove è stata adottata una delega parziale al professionista incaricato, fatta eccezione per rare occasioni, rimane di competenza del Tribunale che, adottando la procedura già in uso presso altri fori, fissa l’ordinanza che prevede per il caso in cui l’esperimento senza incanto non abbia esito positivo anche la data e le modalità per partecipare all’esperimento con incanto, riducendo in tal modo i costi di procedura e conferendo ulteriore impulso alla stessa”.

Conversione del pignoramento

“Prima che sia disposta la vendita, o l’assegnazione, il custode ha l’obbligo di comunicare al debitore esecutato che ha facoltà di chiedere la conversione del pignoramento – osserva ancora l’avvocato Sposato -. Inoltre, il custode deve presentare un rendiconto trimestrale, ove vengano percepite rendite sull’immobile e, nel rispetto della normativa sulla privacy, senza fare incontrare eventuali potenziali acquirenti, gestire gli appuntamenti e le visite da parte di chi ne inoltri richiesta”.

L’interessato può visitare l’immobile

“Proprio questa rappresenta una della maggiori novità introdotte dalla riforma del 2006, tenuto conto che se prima la partecipazione all’incanto avveniva sulla scorta della relazione di stima in atti, oggi esiste la possibilità concreta per i potenziali acquirenti di visitare l’immobile posto in asta, inoltrandone richiesta al custode. Questi, all’udienza di vendita, dovrà depositare gli adempimenti pubblicitari; mentre nella fase successiva, assumendo il ruolo di delegato, provvederà alla predisposizione della bozza del decreto di trasferimento ed alla sua notifica all’ esecutato. È questo l’aspetto più delicato dell’ attività delegata, poiché concerne il trasferimento della proprietà del bene sub-astato all’assegnatario.

Deposito del saldo prezzo

“Il delegato informerà l’aggiudicatario su termini e modi per il deposito del saldo prezzo – sottolinea l’avvocato Sposato – quantificando le relative spese: imposta di registro, ipotecaria e catastale, oltre quelle di cancellazione dei pignoramenti e delle ipoteche, tenuto conto che queste ultime dovranno essere poste in prededuzione in sede di distribuzione del ricavato. Quindi il delegato trasmetterà al giudice dell’esecuzione l’originale del decreto di trasferimento da firmare, accompagnato da una bozza da lui sottoscritta in minuta, dal certificato di destinazione urbanistica e da una visura catastale aggiornata dell’immobile oggetto della vendita. Successivamente provvederà alla esecuzione delle formalità di registrazione, trascrizione e voltura catastale del decreto stesso, oltre che alla sua comunicazione alle pubbliche amministrazioni, nonché all’espletamento delle formalità di cancellazione delle trascrizioni dei pignoramenti e delle iscrizioni ipotecarie”.

Distribuzione del ricavato

Per quanto concerne, infine, il progetto di distribuzione occorre fare riferimento a quanto previsto dagli articoli 596 e 510 del codice di procedura civile. Il custode inviterà le parti a precisare i crediti entro 90 giorni ed a depositare copia dei titoli in base ai quali hanno spiegato l’intervento, oltre che le note degli onorari, avvisando che il piano di riparto sarà disponibile 30 giorni prima dell’udienza fissata per la discussione. “Circa la graduazione dei crediti – conclude l’avvocato Sposato – in linea di principio si segue il seguente ordine: spese privilegiate in base al disposto degli articoli 2770 e seguenti del codice civile, ordine cronologico delle ipoteche, crediti da lavoro dipendente, chirografari intervenuti tempestivamente, chirografari intervenuti tardivamente, creditori intervenuti privi di titolo esecutivo”.

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Case all’asta, il ruolo del custode giudiziario

Pubblicato su Il Messaggero il 6 ottobre 2013.

“L’attività di custodia è disciplinata dall’art. 560 del codice di procedura civile, disponendo il quinto comma che il professionista incaricato, quale pubblico ufficiale ed ausiliario del giudice, provveda all’amministrazione ed alla gestione dell’immobile pignorato, esercitando le azioni previste dalla legge per conseguirne la disponibilità”, spiega l’avvocato Gianluca Sposato, presidente dell’Associazione custodi giudiziari. Ed aggiunge: “Le attribuzioni del custode possono suddividersi fondamentalmente in due categorie: gestione e manutenzione del bene; vendita e distribuzione del ricavato. Per quanto concerne la prassi applicativa presso il Tribunale di Roma, le disposizioni generali che ne disciplinano l’operato prevedono, una volta effettuato lo studio del fascicolo, che venga effettuato nel più breve tempo possibile il sopralluogo delle unità immobiliari pignorate e segnalate al giudice eventuali difficoltà riscontrate, affinché siano adottati i provvedimenti di cui all’art. 560 comma 3 del codice di procedura civile, che disciplina le operazioni di rilascio dell’immobile”.

Tempi abbreviati

Durante tale fase, che rappresenta una delle maggiori novità introdotte dalla riforma del 2006, la cui centralità ed importanza è ravvisabile soprattutto nell’impulso conferito alla procedura con la possibilità di emettere già alla prima udienza utile l’ordinanza di vendita, il professionista, acquisendo ogni utile informativa e documentazione, redige un verbale di immissione nel possesso, rimanendo da quel momento il debitore od il terzo occupante, mero detentore dell’immobile con ogni conseguenza connessa.

Verifica del titolo

“Sempre in sede di sopralluogo – continua l’avvocato Sposato – il custode giudiziario, che coordina anche le operazioni dell’esperto nominato per la stima dell’immobile, verifica lo stato di conservazione del cespite pignorato, provvedendo a segnalare eventuali necessità di urgente manutenzione al giudice e verificando, altresì, la conformità dei dati con quanto riportato nel pignoramento e nella documentazione acquisita alla procedura. Nel caso in cui il bene sia occupato da un terzo, il professionista dovrà verificare l’esistenza di un titolo, accertando se sia opponibile alla procedura, a seconda che sia stato trascritto in data anteriore al pignoramento o meno, verificando la data di registrazione del contratto, oltre che la congruità del canone di locazione; nel qual caso ordinerà di interrompere i pagamenti in favore del debitore proprietario, provvedendo al relativo versamento mediante assegni circolari intestati al Tribunale da incamerarsi quali frutti della procedura”.

Quando il contratto di affitto è opponibile

Giova precisare, a riguardo, che qualora il contratto di locazione sia opponibile non potrà essere rinnovato tacitamente alla scadenza, necessitando di specifica autorizzazione del giudice dell’esecuzione. “In base – osserva ancora l’avvocato Sposato – al disposto dell’art. 560 del codice di procedura civile, come ribadito dalla Suprema Corte con sentenza n. 1639 del 25 febbraio 1999. Una particolare fattispecie, che merita breve accenno, ricorre poi quando il cespite pignorato sia occupato dal coniuge affidatario a seguito di un provvedimento di assegnazione della casa coniugale”.

Sezioni Unite della Cassazione

“Si è dibattuto molto in dottrina – conclude l’avvocato Sposato – sulla possibilità di opporre tale titolo ai terzi e sull’argomento sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione Civile che con Sentenza n. 11096/02 hanno stabilito che il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni -“.

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Aste, un terzo si oppone all’esecuzione

Pubblicato su Il Messaggero il 7 luglio 2013.

“L’articolo 619 del codice di procedura civile disciplina la forma dell’opposizione di terzo, ovvero di colui che essendo estraneo all’esecuzione, pretenda avere la proprietà o altro diritto reale sui beni pignorati, attribuendogli espressamente il diritto di proporre opposizione all’esecuzione con ricorso, prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione di beni”, spiega l’avvocato Gianluca Sposato, presidente dell’Associazione custodi giudiziari.

Contestazione dell’azione esecutiva

“Tale mezzo – prosegue l’avvocato Sposato – rappresenta il rimedio per contestare l’esercizio dell’azione esecutiva sotto un profilo limitato: infatti, essendo il terzo estraneo al rapporto tra creditore procedente e debitore esecutato, non essendogli consentito oppugnare il diritto del primo a procedere ad esecuzione forzata, potrà soltanto dedurre che il pignoramento ha colpito un bene non rientrante nel patrimonio del debitore, reclamando la sua qualità di non responsabile”.

Bocciato chi solleva vizi di procedura

La giurisprudenza è concorde al riguardo nel ritenere che il terzo opponente, non essendo parte del processo esecutivo, è legittimato a far valere il proprio diritto reale sul bene oggetto dell’esecuzione forzata, ma non ad eccepire i vizi della relativa procedura, o ad impugnare la validità del titolo posto a base di essa (Cass. 16921/2009). “E’ evidente – sottolinea ancora l’avvocato Sposato – l’affinità dell’istituto con l’opposizione all’esecuzione, disciplinata dall’art. 615 comma 2 dello stesso codice di rito, per effetto del quale, ad esempio, il terzo estraneo al titolo esecutivo ed al precetto, destinatario dell’attività esecutiva, non dovrà avvalersi del rimedio di cui all’art. 619, potendo tutelare la propria posizione giuridica mediante opposizione all’esecuzione”. Qualificare l’opposizione proposta dal terzo come opposizione all’esecuzione, anziché quale opposizione di terzo all’esecuzione, è di rilevante importanza al fine di operare una distinzione sotto il profilo pratico, in quanto solo con l’opposizione all’esecuzione è possibile far valere la questione relativa all’impignorabilità del bene, oltre che proporre opposizione agli atti esecutivi.

Motivazioni di merito, di rito o di legittimazione

“I motivi addotti a fondamento dell’opposizione all’esecuzione – osserva l’avvocato Sposato – possono essere, infatti, di merito, qualora si contesti l’esistenza del diritto sostanziale fatto valere dal creditore (per esempio per intervenuta transazione adempimento e prescrizione); di rito, allorché si contesti la qualità del titolo esecutivo, atto o documento sulla cui base si vuole agire o si sta agendo (per esempio allorché il creditore non vanti una sentenza di condanna, ma di mero accertamento); possono, infine, riguardare la contestazione della legittimazione attiva o passiva (per esempio qualora non vi sia stata accettazione di eredità da parte dell’intimato ad adempiere). Non può agire ai sensi dell’art. 619 anche chi, pur non essendo stato parte passiva né del rapporto obbligatorio né del titolo esecutivo, è divenuto destinatario del pignoramento; costui, infatti, in quanto destinatario degli atti espropriativi acquista di fatto la qualità di parte passiva dell’esecuzione, con la conseguenza che potrà proporre ricorso in opposizione ai sensi dell’art. 615”.

Sbarrato il passo all’opposizione

“E’ interessante anche osservare – conclude l’avvocato Sposato – come di recente la Cassazione, sconfessando il suo precedente orientamento, abbia affermato che nel caso di acquisto di immobile con atto trascritto successivamente al pignoramento, il terzo acquirente che intenda far valere l’inesistenza o la nullità del pignoramento, sottraendo così il bene all’esecuzione, non possa proporre opposizione agli atti esecutivi, ma soltanto opposizione di terzo all’esecuzione (Cass. 1703/2009). La domanda di opposizione di terzo dà luogo ad un autonomo giudizio di cognizione al quale si applicano le norme di cui al libro II del codice di rito, volto ad accertare la proprietà, o altro diritto reale dell’opponente sui beni pignorati. Infine, in dottrina, prevale l’idea che la sentenza che decide l’opposizione di terzo non fa stato in ordine al diritto vantato dal ricorrente, ma solo riguardo all’assoggettabilità o meno dei beni pignorati all’azione esecutiva, procedendo il giudice esclusivamente all’accertamento del diritto del terzo in via incidentale, restando impregiudicata la questione della sua titolarità che, condividendo tale orientamento, potrà essere riproposta al di fuori del processo esecutivo”.

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Subito all’asta solo i beni deteriorabili

Pubblicato su Il Messaggero il 2 giugno 2013.

“L’articolo 501 del codice di procedura civile, regolando il termine dilatorio del pignoramento, prevede che l’istanza di assegnazione o di vendita dei beni pignorati non possa essere proposta se non sono decorsi dieci giorni dal pignoramento stesso, tranne che per le cose deteriorabili, delle quali può essere disposta l’assegnazione o la vendita immediata”, spiega l’avvocato Gianluca Sposato, presidente dell’Associazione custodi giudiziari. Ed aggiunge: “Il pignoramento costituisce semplicemente l’atto iniziale del processo di espropriazione che deve proseguire con la fase di liquidazione del bene pignorato attraverso, alternativamente, la sua vendita o la sua assegnazione”.

Fase di liquidazione

Ha come presupposto la formulazione di un’istanza che deve rispettare il termine dilatorio dei dieci giorni previsti dall’articolo in commento, ad eccezione dell’ipotesi in cui i beni pignorati siano deteriorabili, nel qual caso può essere immediatamente proposta. “La legittimazione a proporre l’istanza di vendita – osserva ancora l’avvocato Sposato – è riservata oltre che al creditore pignorante anche a quelli concorrenti tempestivi muniti di titolo esecutivo; mentre l’istanza di liquidazione forzata deve assumere la forma del ricorso recante la sottoscrizione della parte o del difensore munito di delega, avendo a riguardo la giurisprudenza di legittimità affermato che la mancanza di sottoscrizione produce la invalidità dell’atto da farsi valere dal debitore con l’opposizione agli atti esecutivi (ex plurimis Cass. 1056/1979 ). Ai sensi dell’art. 497 dello stesso codice di rito l’istanza di vendita deve essere presentata entro il termine acceleratorio di 90 giorni dal compimento del pignoramento, che in difetto perde la sua efficacia”.

Suprema Corte

“Il termine dilatorio imposto dalla norma in esame – prosegue l’avvocato Sposato – è rivolto a consentire al debitore di evitare la vendita o l’assegnazione dei beni, avendo al riguardo la Suprema Corte stabilito che la sua inosservanza dà luogo a nullità sanabile, non rilevabile d’ufficio, né oltre l’udienza fissata per l’autorizzazione alla vendita (Cass. 15630/2002). In ordine alle funzioni svolte da questo termine in dottrina si è spiegato che, da un lato, consentirebbe agli altri creditori di intervenire nel giudizio e, dall’altro, assolverebbe all’esigenza di consentire al debitore di reagire al pignoramento attraverso lo strumento dell’opposizione all’esecuzione. In proposito è da osservare che il codice di rito in ordine alla proposizione dell’stanza di vendita, mentre sanziona espressamente l’inosservanza del termine acceleratorio di novanta giorni con l’inefficacia del pignoramento, nulla stabilisce in ordine alla violazione del termine dilatorio dei dieci giorni. In via eccezionale ed esclusivamente in relazione all’ipotesi in cui il pignoramento sia caduto su beni deteriorabili, sarà possibile derogare al rispetto del termine dilatorio menzionato, in via di principio per i soli beni mobili, non riscontrandosi in natura beni immobili o crediti deteriorabili in dieci giorni”. Con riferimento a quest’ultima fattispecie la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che la deteriorabilità di cose pignorate non va fissata per categorie di beni astrattamente considerati in via generale come potenzialmente alterabili, ma deve essere concretamente accertata e riconosciuta tenendo conto di tutti gli elementi che nella specifica situazione possono incidere sulla conservazione, facendo perdere alle stesse il loro valore di scambio.

Istanza

“Infine, in ordine all’istanza di immediata liquidazione forzata – conclude l’avvocato Sposato – bisogna ricordare che la stessa non può essere formulata nel verbale di pignoramento, ma deve necessariamente essere proposta con separato ricorso al giudice dell’esecuzione, con indicazione dei motivi che ne giustificano l’istanza, chiarendo le ragioni di deteriorabilità dei beni”.

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Aste, l’aggiudicatario inadempiente

Pubblicato su Il Messaggero il 12 maggio 2013.

“L’articolo 587 del codice di procedura civile stabilisce che all’esito della vendita, la quale può essere disposta con le modalità dell’incanto o senza incanto, se il saldo prezzo non è depositato nel termine e con le modalità stabilite nell’ordinanza di assegnazione, il giudice dell’esecuzione dichiara la decadenza dell’aggiudicatario, pronuncia la perdita della cauzione a titolo di multa, disponendo un nuovo incanto a norma degli articoli 576 e seguenti dello stesso codice di rito”, spiega l’avvocato Gianluca Sposato, presidente dell’Associazione custodi giudiziari. Ed aggiunge: “Se il prezzo che se ne ricava, unito alla cauzione confiscata, risulta inferiore a quello dell’incanto precedente, l’aggiudicatario inadempiente è tenuto anche al pagamento della differenza, dovendosi precisare a riguardo che la decadenza viene dichiarata dal giudice d’ufficio, non essendovi concordia sulla possibilità di evitarla, seppur con l’assenso di tutti i creditori sul tardivo versamento del prezzo in ritardo da parte dell’aggiudicatario stesso”.

Perdita della cauzione

“Alla dichiarazione di decadenza segue, dunque, la perdita della cauzione, che – continua l’avvocato Sposato – diviene parte del ricavato dell’espropriazione, pur non essendo pacifica l’individuazione del soggetto al quale essa debba essere restituita in caso di estinzione della procedura, o laddove vi sia un residuo attivo dopo la distribuzione del ricavato e la soddisfazione di tutti i creditori, sostenendosi da parte della dottrina che l’importo debba essere rimesso, in tali casi, all’aggiudicatario inadempiente, pena l’ingiustificato arricchimento del debitore e ritenendosi da altri che la perdita della cauzione, concorrendo a formare la somma da distribuire a norma dell’articolo 509 del codice di procedura civile, vada a vantaggio del debitore esecutato”.

Nuovo incanto

Il prezzo base per il nuovo incanto è fissato nella misura determinata a norma dell’articolo 568 del codice di procedura civile, essendo irrilevante, stante l’inadempimento, il prezzo della precedente aggiudicazione. Nel caso in cui il ricavato della nuova vendita, sommato alla cauzione già incamerata alla procedura, sia inferiore al prezzo di aggiudicazione non versato, l’aggiudicatario risponde personalmente della differenza, che sarà tenuto a versare alla procedura. A tal fine il giudice dell’esecuzione pronuncia un decreto di condanna ai sensi dell’articolo 177 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile ed, in caso di mancato pagamento spontaneo, il decreto in questione costituisce titolo esecutivo a vantaggio dei creditori che abbiano ottenuto l’attribuzione del credito in sede di distribuzione.

Sentenza di Cassazione

Contro il decreto di trasferimento dell’immobile subastato, che ha natura di provvedimento esecutivo non decisorio, è proponibile opposizione, in virtù delle norme di cui all’art. 617 del codice di procedura civile e seguenti. A riguardo è importante chiarire – conclude l’avvocato Sposato – come il debitore esecutato che intenda dedurre il mancato versamento del prezzo, nel termine stabilito da parte dell’aggiudicatario, abbia l’onere di proporre opposizione agli atti esecutivi solo avverso il decreto di trasferimento, eventualmente pronunciato nonostante la decadenza; potendo prima di tale momento provvedere soltanto a sollecitare il giudice dell’esecuzione affinché dichiari decaduto l’aggiudicatario e venga disposto un nuovo incanto, come ribadito dalla Suprema Corte con sentenza n. 7446 del 2007, precisando che occorrerà attendere il verificarsi del contrasto con le norme procedurali invocate”.

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Aste, accordo tra aggiudicatario e creditore

Pubblicato su Il Messaggero il 27 ottobre 2013.

“L’art. 508 del codice di procedura civile prevede nel caso di vendita o di assegnazione di un bene gravato da pegno o da ipoteca, che l’aggiudicatario o l’assegnatario, con l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione, possa concordare con il creditore pignoratizio o ipotecario l’assunzione del debito con le garanzie ad esso inerenti, liberando, in tal modo, il debitore”, spiega l’avvocato Gianluca Sposato, presidente dell’Associazione custodi giudiziari.

Procedimento alternativo

“Trattasi di una fattispecie del tutto specifica – sostiene l’avvocato Sposato – nella quale è regolato un procedimento alternativo al versamento del saldo prezzo da parte di chi si sia reso aggiudicatario dell’immobile pignorato. Infatti, obbligo dell’aggiudicatario è quello di eseguire il versamento del saldo prezzo entro il termine perentorio stabilito nell’ordinanza di vendita, termine di regola stabilito in 60 giorni e non prorogabile neppure sull’accordo delle parti”. “Affinché l’assunzione di debiti possa essere disposta è necessario che nella procedura esecutiva vi sia un creditore assistito da privilegio ipotecario o pignoratizio, estendendo la dottrina l’ambito di applicazione anche ai casi in cui il bene oggetto di vendita forzata o assegnazione sia gravato da privilegi speciali, ma non anche da quelli generali per i quali non si produce mai l’effetto purgativo”, osserva ancora l’avvocato Sposato.

Regole dell’accordo

L’elemento centrale della fattispecie disciplinata dall’articolo in commento è costituito dall’accordo di accollo concluso tra il creditore assistito da causa legittima di prelazione e l’aggiudicatario o assegnatario, in forza del quale quest’ultimo assume il debito dell’esecutato, impegnandosi a soddisfarlo al di fuori del processo di espropriazione immobiliare. “In tal caso l’aggiudicatario – continua l’avvocato Sposato – dovrà presentare apposita istanza sulla quale il giudice dell’esecuzione, ricorrendo le condizioni, emetterà ordinanza di autorizzazione ad assumersi il debito. A riguardo è importante ricordare che l’art. 591 bis secondo comma al n. 10 del codice di procedura civile, introdotto dalla Legge n. 80 del 2005 come poi modificata dalla successiva Legge n. 263/05 ed entrato in vigore dal 1/3/2006, prevede che, in tale fattispecie, l’autorizzazione all’assunzione del debito possa essere data anche dal professionista delegato alle operazioni di vendita immobiliare”.

Termini dell’istanza

L’ordinanza che autorizza l’assunzione del debito dovrà essere emessa entro il termine per il versamento del saldo prezzo e, pertanto, l’aggiudicatario che voglia utilizzare tale procedimento, dovrà depositare l’istanza in tempo utile per l’adozione di tale provvedimento che avrà, come prima ed imprescindibile conseguenza la liberazione del debitore, estraneo all’accordo, nei limiti del prezzo di aggiudicazione. “Ulteriore fondamentale conseguenza consiste nel fatto che l’aggiudicatario – sottolinea l’avvocato Sposato – non sarà più obbligato al versamento del saldo prezzo, prevedendo l’articolo 585 del codice di procedura civile al secondo comma che il giudice dell’esecuzione possa ordinare all’aggiudicatario con decreto di versare in favore della procedura esecutiva l’importo occorrente per le spese e per la soddisfazione degli altri creditori capienti”. “Le norme in commento – conclude l’avvocato Sposato – in una con la giurisprudenza di legittimità, infine, devono ritenersi applicabili anche nell’ambito delle procedure concorsuali ed, in particolare, in relazione alle vendite fallimentari (Cass. 10909/2002; Cass. 5916/1995 )”.

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Vendita all’asta, le proprietà personali dei coniugi

Pubblicato su Il Messaggero il 23 dicembre 2012.

“La comunione legale tra coniugi non rappresenta una normale comproprietà in cui ciascuno è titolare della quota pari al cinquanta per cento, trattandosi di comunione particolare senza quote in cui i coniugi sono proprietari del tutto – spiega l’avvocato Gianluca Sposato – presidente dell’Associazione custodi giudiziari -. Prima della riforma del diritto di famiglia, in vigore dal 20 settembre 1975, il regime imposto, in mancanza di diverso accordo tra i coniugi, era quello della separazione dei beni; ma per i beni immobili acquistati a partire da tale data si applica il regime di comunione legale, a meno che anche uno solo dei coniugi, che abbia contratto matrimonio precedentemente all’entrata in vigore della riforma, non abbia optato, durante il periodo transitorio in vigore fino al 16 gennaio 1978, per il regime della separazione dei beni”. Queste considerazioni sono importanti al fine di instaurare correttamente una procedura espropriativa immobiliare, distinguendo se l’esecutato abbia acquistato i beni da sottoporre a pignoramento immobiliare in comunione legale tra coniugi o meno, con le relative problematiche interpretative connesse.

Articolo 179

“A riguardo – prosegue l’avvocato Sposato -, è indispensabile rammentare che l’art. 179 del codice civile, prevede che alcuni beni non cadano nella comunione legale tra coniugi: a) o perché acquistati prima del matrimonio; b) o perché provenienti da successione o donazione successivamente al matrimonio, quando nell’atto di liberalità, o nel testamento non sia indicato che sono attribuiti alla comunione. Inoltre, non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge: c) quelli di uso strettamente personale ed i loro accessori; d) i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge (tranne quelli destinati alla conduzione di una azienda facente parte della comunione); e) i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno, nonché la pensione attinente alla perdita parziale, o totale della capacità lavorativa ed, infine, come previsto dalla lettera f del citato articolo, i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati, o con il loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto. L’acquisto di beni immobili, o di beni mobili quali navi, aeromobili, autoveicoli, per i quali è prevista la pubblicità, effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione ai sensi delle lettere c), d) ed f) elencati quando tale esclusione risulti dall’atto di acquisto, se di esso sia stato parte anche l’altro coniuge”. Un approfondimento particolare merita la lettera f dell’articolo in commento, in quanto se la norma non considera sufficiente, perché il bene sia personale, che esso sia acquistato con il prezzo della cessione, ovvero con lo scambio di un bene già personale richiedendo che tale circostanza sia oggetto di una specifica dichiarazione del coniuge acquirente, la giurisprudenza ha, di fatto, interpretato in modo assai restrittivo tale requisito.

Cassazione

“È di assoluto rilievo in proposito – conclude l’avvocato Sposato – ricordare che la Suprema Corte con la nota sentenza n. 1556 del 1993 ha precisato come sia superflua tale dichiarazione nel caso in cui sia obiettivamente certo il carattere personale del corrispettivo impiegato per l’acquisto, come nel caso in cui uno dei coniugi acquisti un bene mediante la permuta di un bene personale. Ricorrendo tale fattispecie, allorquando i coniugi siano sposati in regime di comunione legale dei beni, ove l’atto derivativo sia una permuta con beni personali, non sarà necessaria la dichiarazione di cui al secondo comma dell’art. 179, né tantomeno la presenza dell’altro coniuge alla stipula del relativo rogito, poiché il bene permutato ricadrà nella piena proprietà del solo coniuge che ne dispone”.

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